06-03-2016 – VI PRENDO TUTTI PER IL … PARNASO (Testo Integrale)

Intervista impossibile ad Alessandro Tassoni fatta a quattro zampe dai pennivendoli Roberto Barbolini e Bruno Ventavoli, proni al voleri del suo Spirito Bisquadro.

IL GIORNALISTA VENTAROLI  (alias Bruno Ventavoli, seduto al tavolo da solo):  Ma sì, ammettiamolo…eravamo preoccupati, come diceva Totò quando uno spettatore entrava in sala in ritardo. La prima sorpresa è stata la sua forma fisica: per essere un signore di quattrocentocinquant’anni, il nobiluomo Alessandro Tassoni non se la passa affatto male. Parola nostra, ne dimostra sì e no la metà. Abbiamo appreso che nel suo attuale buen retiro tira di scherma tutti i santi giorni e fa palestra sotto la guida del personal trainer di Sylvester Stallone. Ma questo, invece di rassicurarci, almeno sulla carta aumentava le nostre preoccupazioni: il personaggio ha fama d’incazzoso e la merita tutta. Da ragazzo era una specie di bullo che girava con una street gang dell’epoca dalle parti di Nonantola, né crescendo mise la testa a partito. A un frate che in un sonetto l’aveva definito “cigno segoso da porcile” rispose facendolo bastonare; mentre la sua inimicizia per il nobilastro ferrarese Alessandro Brusantini gli cavò dalla penna il personaggio più riuscito della Secchia rapita: il roboante e vile Conte di Culagna. Antiaristotelico, antipetrarchista, antispagnolo, Tassoni è sempre stato un bastian contrario capace di contraddire anche se stesso. Convincerlo a lasciarsi intervistare, credeteci, non son state rose e fiori… Alla fine però ce l’abbiamo fatta: il gran  Bisquadro, come gli piace definirsi, orgoglioso di non avere la testa quadra ma  fuori squadra,  ha accettato di fare una chiacchierata in esclusiva con noi due pennivendoli, come ci ha subito definiti con il suo garbo consueto, ed eccoci qui, pronti a incominciare. Eccolo, sta arrivando. Avanti dunque con la prima domanda, e che Iddio ce la mandi buona…

(Il Tassoni entra recitando in un tono aulico tra Gassman e Carmelo Bene la prima ottava della “Secchia”, che il Barbo  sa a memoria, e si asside accanto al giornalista Ventaroli con cipiglio fieramente corrucciato).

Caro Alessandro, cominciamo dalle forme, perché conoscendo il vostro carattere un po’ burrascoso non vorrei correre il rischio di dover difendere l’onore con la spada o il bastone… sicché, innanzitutto, come devo rivolgermi a vostra signoria, perché sebbene bisquadro, credo andiate fiero del blasone…

ALESSANDRO TASSONI (alias Roberto B., “modenese volgare” per dirla col Guccini) Cominciamo male…Il modo giusto col quale  siete pregato di rivolgervi al sottoscritto è di volgergli le terga e darvi prestamente alla fuga, se non volete ricevere un’adeguata scarica di legnate sul groppone da parte dei miei servidori, essendo io gentiluomo di tal fatta  da non poter certo incrociare il brando con gente di bassa lega. Non altrimenti che briccone può nomarsi chi mi scomoda dal mio sonno plurisecolare per chiedermi un’intervista e, non pago d’averla ottenuta, d’un subito mi manca di rispetto, trattandomi con la posticcia confidenza dei conduttori televisivi nei talk show. Siete per caso matto, oppure modenese, che è la stessa cosa? Rivolgersi a un par mio con quel confidenziale “caro Alessandro”, in altri tempi, avrebbe potuto costarvi la vita. Alessandro a chi? Perché non Alex, già che ci siamo? E poi fingete di badare alle forme…Siete un ipocrita, come i Brusantini miei nemici. Se vi avessi conosciuto prima avrei fatto anche a voi una Culagna così (fa il gesto), schiaffandovi nella mia Secchia dove ho preso in giro tanto i pavidi che i rodomonti, tanto i paraculi  che i paraninfi, per tacere di dèi, eroi,  preti, imperatori, podestà e potte. E chi più ne ha più ne metta.

Suvvia, non vi alterate, non si aveva veruna intenzione di offendervi…

 Ecco, mi sta passando… Alla mia età, cotesti accessi di collera non me li posso più permettere, una volta o l’altra ci resto secco. D’altro canto, quando uno ci ha lo spirito bisquadro… Ma Alessandro no, proprio non va. Chiamatemi Cavaliere, so che in Italia certi politici hanno fatto carriera sfoggiando tale appellativo. Macché, neppure questo va bene: rischierei d’essere confuso col mio rivale, il cavalier Marino.  E poi cavalier Tassoni fa pensare a quello della cedrata, proprio non ci siamo. Facciamo così: nomatemi Bisquadro Eccellentissimo e pace fatta.

Allordunque eccellentisimo Bisquadro, molte cose son mutate in questi secoli. Questo vostro ducato oggidì è solo una provincia, e per di più con nessuna capitale… Al papa han dato una bella rasata d’unghie… Il potere s’è trasferito dai nobili al popolo, come nella democrazia dell’ Ellade. Eppure siamo ancora pieni di rodomonti, di paraculi, di vanagloriosi che si comprano titoli in cambio di prosciutti… Come mai, vi domando, noi italiani continuiamo ad essere così imperterriti culagni? Eroici con le parole e cacasotto nei fatti. E’ una maledizione che gli dei han voluto infliggerci o la nostra salvezza?

Ambedue le cose, oserei dire. La Culagna è una categoria dello spirito che ben ci rappresenta. Siamo gli eroi dell’ «armiamoci e partite» e del «tengo famiglia». Fai fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto fare a te è il nostro motto nazionale. Nazionale si fa per dire. Perché ve lo garantisco, messere: quell’Italia che voi sostenete essere oggi nazione una  e indivisa, nevvero (alla Gassman) , da qui dove mi trovo appare ancora una chimera. Ma soprattutto un gran guazzabuglio di poteri, con i territori del cosiddetto Stato suddivisi in satrapie dai contorni ondivaghi, mentre la mala genìa dei Grilli Parlanti e dei masanielli arruffapopoli continua a minacciare secessioni. Prendete le regioni rapaci e voraci, soprattutto quelle a statuto speciale che succhiano privilegi come se difendessero i confini dall’invasione del Tartaro, quando oggi basterebbe  un buon dentifricio… Oppure quelle fantomatiche province che, più volte date per estinte, risorgono come l’Araba Fenice, avete presente? «Che vi sia  ciascun lo dice/dove sia nessun lo sa»…

Metastasio, se non erro…

Facile da indovinare: quell’ignobile cicisbeo è il più paraculo dei nostri poeti… Rappresenta così bene il carattere nazionale! I versi gli venivano fuori come la sciolta, ma cachettici nello spirito, privi di nerbo e perciò degni di nerbate. Gliele minaccio tutte le volte che l’incontro qui in Parnaso, ma lui fa marameo e scappa via veloce, va a nascondersi in uno di quei boschetti arcadici dove pastorelle gentili e ninfette disponibili sono subito pronte a consolarlo, povero poetino dall’anima sensibile. Datemi retta, messere: quelli come lui ci prendono tutti per il naso, anzi: per il Parnaso. Come artigiano di versi, però, niente da dire: è quasi meglio di Mogol. Che dico? Meglio perfino di Gianfranco Baldazzi. Mentovate la canzone di Mina? «Regolarmente/ mi trovo da te/alla fermata/ del numero tre». Puro Metastasio. Altro che Bob Dylan: oggi, a un paroliere come lui darebbero il Nobel per la letteratura.

Toglietemi una curiosità… quel fico che tenete in mano che significa? Si è tramandato che sia una triste metafora al bel niente guadagnato facendo mestieri da poeta e pensatore, ma forse, invece, allude a qualcosa di più piccante… mi capite… il fico richiama subito succosi e dolcissimi attributi femminili

Ehi, bel tomo, ci siete o ci fate? Triste metafora un corno. Altro che segnale di penuria: il mio fico è un emblema di lussuria. E allora tiè: faccio le fiche a tutti i miei detrattori passati presenti e futuri (chiude a pugno la mano, inserendo il pollice tra indice e medio) e vengo al dunque. Cosa credete che rappresenti quell’”infelice e vil secchia di legno/ che tolsero a i Petroni i Geminiani”, quel recipiente umile ma indispensabile al guerriero assetato che vuole abbeverarsi alla fresca fonte del piacere? Ecchè, fate il nesci?  Eppure nel mio poema l’ho scritto a chiare lettere: «vedrai, s’al cantar mio porgi l’orecchia, / Elena trasformarsi in una secchia». Proprio lei, quella strafiga che muoveva gli eserciti: la più bella ficofora dell’antichità. E al suo posto io ci metto una secchia. Fuoco, fuochino…Non ci vuole Sigmund Freud per capire cosa rappresenta quel recipiente accogliente per cui popoli interi sono pronti a sgozzarsi: la signora Fica o figa che dir si voglia. Monna Mona in persona. Fessa, spacca, patacca, passerina; fregna, sporta, ciabatta, chitarrina: chiamatela come volete, messere, ma parmi d’esser stato chiaro: la Secchia rapita non è il poema del Potta, è  il poema della Potta. Modena stessa, fin dai Secoli Bui, è per antonomasia la città della Potta.  La sbandiera perfino appollaiata su un doccione del duomo. Fermo lì, so già cosa volete dire: che quella Potta lì è un ermafrodito. Avete mai sentito parlare di Yin e Yang? I costruttori di cattedrali la sapevano lunga, avevano previsto anche la moda dei bisex e dei trans. Ma transvaal…Delle vostre odierne depravazioni, del vostro fare alla brusantina, credetelo, non m’importa un fico (fa di nuovo il gesto delle fiche).  Il mio motto rimane quello del Sessantotto: Potta continua, ma alla vecchia maniera. E darci dentro con la salsiccia fina.

Visto che mi portate in argomento m’immagino la vostra Venere, venuta a Modena, che se la spassa con Marte e Bacco in un bel menage à trois – Oggi su youporn si direbbe “Threesome”, e se non conoscete l’idioma degli angli, cito dai vostri versi per rinfrescarvi la fantasia: “Tra abbracciamenti, baci, colpi lieti… Marte e ‘l giovane tebano avean fatto trenta volte cornuto il dio Vulcano”. Trenta volte. Niente male questi dei. Ma per tornare con i piedi e con i sensi per terra, che mi dite delle altre donne del poema? Qual è la vostra prediletta: la pugnace Renoppia o quella stupenda milf, maritata al conte di Culagna?

Bastian contrario qual sono, vi risponderò partendo dalla fine. Ma prima mi dovete una precisazione: nell’idioma degli angli l’acronimo milf corrisponde forse al nostro mimf, ossia Madre che Io Mi Farei Volentieri, con ciò intendendo donna matura e tuttavia o per ciò stesso gran bonazza? (L’intervistatore annuisce). In tal caso non ho dubbi: la mogliera di quel culandrone del conte di Culagna la ritengo matrona assai più appetitosa della pugnace amazzone Renoppia, un po’ troppo femminista pei miei gusti schietti e pretti. Volete mettere? La contessa di Culagna sì che era un’amante coi fiocchi, peccato solo che le sue tette se le sia godute Titta, quel romanaccio vantone. Ma la capisco, poverina: sempre meglio lui del Culagna, marito schiappa troppo aduso alla viril chiappa, che la voleva pure avvelenare per amor di Renoppia. Figurarsi: una femmina palestrata con più ormoni maschili di quanti appesantissero le pesiste della DDR ai loro bei dì; dirò di più: una mezza lesbica capace di preferire la Mistica della femminilità di Betty Friedan agli amabili giochi della mia Venere che se la fa per trenta volte di seguito con Bacco e Marte… E quando, per riaversi dalla sgroppata, i due dèi si ristorano sorbendosi un centinaio di uova fresche, «la Diva ne volle solo un paio, / che d’altro forse avea la pancia piena»: così scrive il Poeta, che sarei poi io. Davvero mi trovate reticente su quell’episodio? M’accusate forse di essere un ipocrita che lima e limita la sua Musa, un cacasotto che  teme l’ abuso dell’uso del buso solo perché c’è di mezzo una dea? V’impestasse il mal franzese! Vuol dire che siete guercio e bolognese peggio dell’oste di Castelfranco, che scambiò Venere travestita da garzone per un culatino qualsiasi, proprio lei, la dea dell’amore… ma non si peritò di ispirarsi al suo ombelico afrodisiaco per inventare il tortellino, o almeno così si millanta in quel Castel poco franco, che fu ahimé troppo a lungo bolognese…

Dite bolognese come fosse la peggiore delle ingiurie. Ma vi ricordo che son finiti i tempi della Secchia contesa. Ormai Modena e Bologna non son più avversarie, fanno capo entrambe a un solo principe, il gran signore dell’Italicum. Eppure nella nostra penisola il “campanilismo”, le rivalità tra un borgo e l’altro, sono vivissime. Come mai, questo vizio non passa?

 Che dite mai, dare del bolognese a chicchessia sarebbe la peggiore delle ingiurie… Suvvia, non esageriamo. Per me il bolognese è il miglior amico dell’uomo, una delle sedici razze canine di origine italiana ufficialmente riconosciute dall’Enci. Avete presente? Uno di quei toy dog pelosi che piacciono tanto alle signore. Qualcosa a metà tra il corto maltese e il glabro resto del carlino, che sarebbe poi ciò che resta d’un carlino dopo che è stato sbranato da un pitbull. Il Brusantino dei cani, tanto per intenderci… Ah, ah (ride sommessamente)… scusate ma mi scappa da ridere, maledetta la mia linguaccia: non riesco proprio a frenarmi…Quanto a quello che voi chiamate campanilismo, nonché vizio, è l’essenza stessa dell’italianità. Toti Scialoja l’ha immortalato in versi esemplari. Sentite qua: «Il sogno segreto/dei corvi d’Orvieto/ è mettere a morte/ i corvi di Orte». Certe volte penso di averli scritti io,  dappoiché la campana del campanilismo mi rintocca nei precordi e nella ventriglia, è  la squilla che chiama a raccolta le scolte modanesi in vista del sanguinoso derby con gli odiosamati cugini d’oltre Samoggia; è, infine, il canto stesso della Secchia, la musica bellicosa della mia Musa scontrosa, che risuona ancora straordinariamente attuale dopo ben quattro secoli.  Non capisco proprio perché mai l’Italia, che nell’Europa odierna si strugge, dovrebbe abolire quello spirto guerrier ch’entro le rugge, e le campanilistiche coglie tuttora le prugne… (fa il gesto di grattarsi le coglie, come colto da prurito improvviso). Come dice Orson Welles a Joseph Cotten nel Terzo uomo, “In Italia hanno avuto assassinii, guerre, terrore e massacri, ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci, il Rinascimento  (e, si parva licet, Alessandro Tassoni…chiusa parentesi). In Svizzera hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e che cos’hanno prodotto? Gli orologi a cucù». Neppure io potrei dire di più.

Complimenti, siete anche cinefilo… Ma giustappunto di genio e creatività vorrei parlare. Perché le nostre antologie vi collocano nella categoria del poema eroicomico. E visto che vi ho qua davanti, ho un quesito e un dubbio da sottoporvi. Siete davvero sicuro di essere voi l’inventore del poema eroicomico? E poi questo ridere, questo schernire le gesta dei cavalieri, che in fondo erano eroi, non è roba di serie B?

Vi venisse il cacasangue! Sicuro che sono stato io, alla faccia dei maldicenti che mi diffamano con le loro  basse insinuazioni per la gioia di voi pennivendoli. Ma sfido chiunque, e all’ultimo sangue, a trovare chi prima di me abbia mescolato in un poema il serio e il faceto con altrettale perizia poetica e consimile sapienza teorica, eroicizzando lo stile comico e comicizzando l’eroico, come fece in musica il mio concittadino Orazio Vecchi con il suo Amfiparnaso. Signori miei, fatevene una ragione:  il Parnaso ha due vette come il naso ha due buchi. La prima s’inerpica verso il sublime, la seconda s’innalza fra le selve serpeggianti del grottesco, dove risuona la risata dei fauni e  dei satiri amici dell’ottimo Bacco. Altro che roba di serie B… il vero poeta eroicomico gioca col trash come Quentin Tarantino in Pulp Fiction, ma come lui mira in alto. E poi che cos’è questa vacua distinzione fra alto e basso? Roba da geometri, mica da poeti. Come dice il mio collega Samuel Butler, quando un vento ipocondriaco rumoreggia negli intestini, tutto sta nella direzione che prende: se va in basso ne viene un peto, se sale, allora è una visione o un’ispirazione santa. Per questo mi fanno ridere gli eterni abatini delle patrie lettere, quell’ipocrita razzumaglia di gesuiti. Sono convinti che basti un tema elevato ad elevarli, poveri illusi…Ma le arie che si danno vengono dal ventre proprio come i peti del conte di Culagna. Eppure si considerano dei Moralisti a 5 Stelle, come quegli hotel di lusso dove i politici vanno con le loro escort a trastullarsi facendo la bestia a due schiene… E facendo imbestialire anche me che a 450 anni suonati certi piaceri, proprio per via del mal di schiena, ho dovuto un pochino rallentarli. Ecco, solo a pensarci mi va il sangue alla testa, è meglio che mi fermi. Sento la pressione che sale, ma col piffero che me la provo: se quel diabolico apparecchietto portatile l’hanno chiamato sfigomanometro una ragione ci sarà ( fa gli scongiuri) …Avanti con la prossima domanda.

Nella vostra Secchia siete impietoso nella descrizione di Modena: “cattapecchie”, “masse di stabbio”, puzzo di escrementi ovunque. Cosa che peraltro aveva detto anche il Guicciardini nelle sue lettere. Ebbene vi chiedo, che sentimenti vi muove questa vostra città?

Più che sentimenti, risentimenti: i miei scritti fanno testo, se mi perdonate la battuta. O, per dirla alla maccaronica, merda volant, scripta manent . Del resto si sa: nemo propheta in patria, una volta tanto mi tocca dare ragione agli antichi. Colpa dei miei concittadini. Nonché nani sulle spalle di giganti, ho l’impressione che  sien diventati nani sulle spalle di nani, deprecabile condizione nella quale è davvero difficile vedere molto al di là del proprio naso. Ah, certo: in occasione di centenari e altre feste comandate fingono di celebrarmi gettandomi in pasto agli accademici e ai politici tromboni, ma soltanto per dimenticarmi meglio appena finita la festa. Oggi i modanesi pensano solo ai soldi, alla barca, ai fondi Arca. D’accordo: un pochino anche al gnocco e alla gnocca, ed è forse l’unico legame rimasto con i bassi piaceri del ventre, con i giganti sapienti e crapulenti di Rabelais, coi furfanti mangioni e scorreggioni immortalati dal Folengo nel suo gran poema maccaronico, perfino cotechinico, dove si trova la più bella definizione del nostro antico carattere: non modenesus erit cui non fantastica testa, non ci sarà modenese che non abbia la testa balzana. Ma dove sono i begli spiriti bisquadri di una volta? La loro razza sembra essersi estinta. Ove se n’è ito quell’ingegnaccio satirico, quel gusto sarcastico per la caricatura e il tàmpel,  quella capacità di affibbiare a ciascuno il suo scutmài, il soprannome  rivelatore che ti inchioda come lo spillone dell’entomologo? Nei sozzi canali a cielo aperto della nostra città agli escrementi si mescolavano i fermenti. La trivialità si trasformava in vitalità. Ma oggi? “Bastardo posto” l’ha definita un giullare pavanese che quasi si vergogna di esserci nato. O fa finta di vergognarsi, che è anche peggio. Volentieri lo riempirei di legnate, ma sono d’accordo con lui.

E come la vedete questa vostra città tornandoci dopo 450 anni?

Certo Modena è cambiata ed è un gran colpo d’occhio –il Museo Ferrari così giallo è addirittura un gran pugno nell’occhio- ma insomma le strade i parchi i monumenti le piazze, adesso anche le fontane e i paciughi davanti al Palazzo Ducale: così pulita e sgurata la città parmi quasi finta. Come  la mia statua. L’hanno appena restaurata, sotto il profilo del mestiere nulla da eccepire, se non altro mi hanno bonificato il cranio dalla colombina, che non è una  mascherina bensì la merdina dei piccioncini scacazzanti dalla sera alla mattina sulle teste dei modenesi, compresa ahimè la mia. E senza il compenso di assistere ai loro splendidi giochi di volo da quando sono  scomparsi i triganieri, quella compagnia di scapigliati  “dediti al giuoco e a far volar piccioni”, come canta il poeta qui presente (indica se stesso e prosegue) : “nemici natural de’ bacchettoni;/ Gente, che’l Ciel avea posto in oblio/ E l’appetito sol tenea per Dio”.

  Versi eccellenti. Ma dicevate della vostra statua…

Ma guardatela bene, corpo di Bacco, e poi ditemi se non m’invecchia! Giudicate un po’ voi . E dire che quando fu scolpita avevo 155 primavere di meno…lo ricordo bene, fu l’anno prima dell’Unità, l’Unità d’Italia intendo, non il giornale degli ex comunisti che oggi ha meno lettori della Secchia rapita. A proposito: lo scultore, quel Cavazza, non sarà per caso parente dell’attuale assessore alla cultura, o un alias dell’omonimo vicesindaco?

Non rinunciate mai alle provocazioni… Ma qual è oggi la vostra audience? Voi stesso dite che di lettori ne avete ben pochi. Ritenete forse superata la vostra Secchia?

Nient’affatto, parmi proprio che  la ridicola guerra per il possesso della Secchia rimanga più attuale che mai. Oggi in Europa si litiga a sangue perfino per stabilire gli standard che devono avere le melanzane o le zucchine. E i fichi, naturalmente. Alle vecchie  erezioni care agli dèi, alle virili impennate degli eroi, si preferiscono le discese ardite e le sempre più faticose risalite dei listini di Wall Street. Il gesto delle fiche si fa stringendo il pollice fra l’Indice Nasdaq e il Medio-lanum (fa il gesto). È la borsa il nuovo pusher di emozioni, la novella metafora ficofora, se intendete ciò che voglio dire. Quella ridicola contesa fra Petroni e Geminiani a cui ho dedicato un poema intero s’è globalizzata: sempre più si scambia il futile per l’utile e le ripicche fra gli stati nazionali della vecchia Europa somigliano spesso alla risibile ma sanguinosa guerra fra Modanesi e Bolognesi per il possesso della secchia. Del resto il mio poema è tipicamente “glocal”, parte dalla dimensione locale per parlare di quella globale. Dal conte di Culagna al Count of Ass-land, come viene tradotto in inglese su Wikipedia, il passo è breve.  La mia, insomma, è una Modena-mondo. Oggi i conti di Culagna, fanfaroni  ma vili, si sono moltiplicati a dismisura. Peccato che non ci sia un nuovo Tassoni a sbeffeggiarli. Alla mia età, per dirla con Forrest Gump, sono un po’stanchino.

Vedo che continuate ad essere piuttosto salace. E date a chiunque la mercede che si merita. Dovete però sapere che i tempi son mutati. E quando la lingua si muove un po’ di controllo è oggidì necessario. Non potete dare del Culagna a chicchessia. E a mo’ d’esempio vi dico che se un nero di Tunisi lo chiamate “negro” rischiate di passare per chi ha pregiudizi sulle razze. Questo modo di frenare il lessico si chiama “politically correct”. Che ne pensate voi?

Affè mia, non capisco tutta codesta smania di correttezza. Sono sempre stato abituato a dire pane al pane e pene al pene, e ancor più a non confondere il culo – o meglio il Culagna-  con la camicia. Se qualcuno si sente offeso dalla mia lingua franca, si faccia pure avanti: il mio brando l’ attende. Son chi sono, vivaddio e giurabbacco! Nonostante l’età ho ancora il braccio fermo. Sfidatemi a singolar tenzone, anche plurale se credete, ma so già che non avrete il coraggio, sepolcri imbiancati che non siete altro…Usate le parole non per dire la verità, ma per nasconderla dietro ipocriti eufemismi. Come se non dire cieco al cieco lo facesse per miracolo vedere, il nano crescesse a dismisura definendolo elevato verso il basso, e un signore di 450 anni suonati come il sottoscritto rinverdisse di colpo appellandolo “diversamente giovane”… Ormai sinanco quel perfetto self-made man capitalista che è  Robinson Crusoe  chiama Venerdì “il mio schiavo nero”, me l’ha garantito quel bugiardo matricolato di Defoe in persona. Basta togliere una g a negro per sbiancare, con la pelle, pure la percezione della schiavitù. Chissà come vi sentite la coscienza a posto, che lezioncina morale credete d’impartire, neobigotti  del Potta che non siete altro. A parole mettete l’etica dappertutto, come il prezzemolo. E intanto calate le brache davanti a chi – impenetrabile al riso- si prende giuoco di voi… Almeno le calaste per giocare alla merla come sarebbe d’uopo…, invece le suddette brache va a finire che le togliete a voi  stessi per metterle alle statue ignude, siccome usavano i papi nei tempi bui. Poveri bacchettoni, a cosa mai vi spinge il pippaculo, eh, pur di non urtare la sensibilità di qualche autocrate maomettano che si finge offeso per meglio coglionarvi… mentre poi  a casa sua si guarda bene dal rispettare le libertà più elementari, né mai si sognerebbe di avere nei vostri confronti altrettale condiscendenza. E passi pure, passi pure se vi limitaste a questo, ma ormai vi vergognate anche del presepio, perfino di Cristo in croce. Oscurate i simboli della nostra tradizione gettandovi sopra a guisa di chador il velo gretto della vostra ipocrisia. Ma a me non la si fa, vil razza di fintoni. Dietro l’usbergo del cosiddetto politically correct  so bene che in realtà ve la fate sotto dalla fifa peggio del conte di Culagna. E come lui fate ridere il mondo intero proprio perché mancate di umorismo: arma micidiale, che come tale viene percepita da chi ne è privo.

Siete almeno  d’accordo che la parola può essere più velenosa d’un dardo? E che prima d’aprir bocca è giusto riflettere per non recare offesa?

Ma neanche per sogno! Dalle reazioni alle vignette danesi su Maometto alla strage di Charlie Hebdo, le cronache di questo vostro evo scombinato hanno mostrato a quali estremi di follia e di crudeltà possa arrivare il fanatismo di quelli che il collega Rabelais chiama “agelasti”, intendendo gli uomini che non ridono mai. Per il padre di Gargantua e Pantagruel erano gli scolastici e i preti panzoni del suo tempo; oggi sono i jihadisti islamici che pretendono di piegare Allah alle proprie intolleranti convinzioni. Non è certo sfoggiando compiaciuti la vostra mutria di neobigotti che potrete contrastare i funesti avversari di quel riso che Aristotile (anche lui ogni tanto diceva qualcosa di buono)  ha definito il ”proprio” dell’uomo. Ipse dixit: nulla è meglio d’una bella, insana risata per sciogliere gli umori atrabiliari e farci riscoprire prodigiosamente liberi, tutti indispensabili ed effimeri nella nostra comune animalità di uomini. L’aveva capito un grande giudeo nostro concittadino, l’editore Angelo Fortunato Formiggini, che non a caso volle ripubblicare la mia Secchia nei suoi “Classici del ridere”. Non c’è da stupirsi che l’autocrate allora imperante in Italia, il cavalier Benito Mussolini, l’abbia perseguitato fino a spingerlo al suicidio. Si gettò a capofitto giù dalla Ghirlandina cadendo a pochi passi dalla mia statua, nello spazio che da allora per suo desiderio viene chiamato Al Tvajol ed Furmajin, il tovagliolo di Formaggino, perché Furmajin da Modna era il suo nickname di poeta dialettale. Ecco un vero spirito eroicomico, capace di avvolgere nelle risibili dimensioni d’un tovagliolo la  tragedia storica e quella personale senza annullarne la drammaticità, anzi esaltandola. Qui accanto a me, nella piazza dedicata alla Torre della Secchia, una lapide oggi lo ricorda. E testimonia che il riso fa paura. I saggi amano dire che esso abbonda nella bocca degli stolti: se così è, a loro lascio volentieri tutta la saggezza di questo mondo e, proclamandomi stolto, vi saluto con un ultimo sghignazzo. Prosit!

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